Sono passati da poco cinque mesi dall’ultima calata italica dei Dream Theater ed eccoli di nuovo qui nel nostro bel paese. Iniziamo subito ricordando che questa non era una tournée vera e propria per la band statunitense, si trattava soltanto di tre date italiane come tributo ai fans dello stivale. Dopo aver toccato Roma e Firenze eccoli qui in quel di Bergamo nella bella cornice del Lazzaretto. Un posto facilmente raggiungibile e davvero molto bello nel suo interno con tanto di prato dove ci si poteva sdraiare nell’attesa che gli dei calcassero il palco.
La serata si apre verso le 19.15 con i semi italiani Empty Tremor: ho detto semi perché dietro al microfono trova posto il singer tedesco Oliver Hartmann. L’avevo già visto con gli At Vance nel 2002 e, a distanza di due anni, il mio giudizio su di lui non cambia. Purtroppo la sua voce non mi piace, troppo statica, cambia poco di tonalità e a lungo andare mi annoia. Stesso discorso si potrebbe fare per il resto della band; niente da eccepire sul piano tecnico (ottimo su tutti il batterista) però le canzoni erano prive di quel mordente in grado di farle apprezzare. Song prolisse, spesso troppo lunghe, senza un refrain o un assolo in grado trascinarle più in là. Anche il pubblico, dopo il comprensibile entusiasmo iniziale, tende a disinteressarsi alla loro performance ed è davvero un peccato. Mi dispiace parlare male di una band italiana, spero solo di apprezzarli di più la prossima volta.
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Ed ora arriva il momento dello scandalo. A Roma come seconda band c’erano i Domine (storico gruppo della scena epic metal tricolore), a Firenze i Vision Divine (con due album capolavoro alle spalle) e a Bergamo ecco arrivare i Mind Key. Un gruppo totalmente nuovo che si appresta a fare il debutto su Frontiers Records tra pochi giorni. Seguendo la loro performance non ho trovato le parole giuste per descriverli, veramente non mi spiego come una label possa mettere sotto contratto certi gruppi. Canzoni scontatissime e prive di personalità quando vogliono essere orecchiabili, noiose e irritanti quando si tenta qualche spunto progressive. Non vorrei che la Frontiers avesse peccato di campanilismo, essendo il gruppo proveniente da Napoli. Il pubblico all’inizio li segue, poi col tempo si inizia a pensare allo show dei Dream Theater sempre più vicino. Io invece mi incazzo al solo pensiero che a quest’ora potrei vedere il Lazzaretto cantare le note di Dragonlord o sentire la stupenda voce di Michele Luppi. Soprassediamo…
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Alle 21:15 finalmente arriva il main event della serata. Dopo cinque mesi eccoli di nuovo in azione. Parte l’intro del film Psycho e, nel frattempo, si toglie il telone dalla tastiera di Jordan Rudess e dalla batteria mostruosa di Mike Portnoy. E poi eccoli salire sul palco e che lo show abbia inizio. Così come due anni fa l’apertura è affidata alla potente “The Glass Prison” per poi proseguire con la seconda parte di questo brano, ovvero “This Dying Soul”. L’acustica purtroppo lasciava un po’ a desiderare, ma ciò nonostante non si può assolutamente criticare la performance della band. Mike Portnoy è sempre il più carismatico del gruppo, suona in un modo che fa venire voglia di appendere le bacchette al chiodo ad ogni batterista, lancia bacchette, incita il pubblico e sputa come un lama oggi più del solito. John Myung più mobile che mai non ha commesso un errore, è stato eccezionale alla faccia di chi dice che sia privo di spunti tecnici… ma i dischi li ascoltate? Discorso a parte per Jordan Rudess e John Petrucci semplicemente ingiudicabili. Il primo ha dato ancora una volta sfoggio della sua personalità cercando anche di cambiare i suoni dei brani di Kevin Moore e Derek Sherinian, il secondo è stato eccezionale come sempre: da brividi quando si lanciava in assoli velocissimi, da pelle d’oca quando ci regalava assoli più ricchi di pathos. Infine un James LaBrie mai così in palla. Anzitutto da notare la sua forma fisica eccezionale essendo dimagrito veramente molto (azzardo io almeno un venti chili in meno) e poi la sua voce a dir poco stellare. Da brividi dall’inizio alla fine, impeccabile, emozionante, perfetto. Il pubblico non può fare altro che applaudire e inchinarsi di fronte a tanta maestosità.
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La scaletta? Ancora una volta i Dream non si smentiscono mai e ci propongono brani non suonati nell’ultima data nel nord Italia (eccezion fatta per i pezzi del nuovo album). Da Awake trova spazio la thrasheggiante “The Mirror” per poi passare a Falling Into Infinity con “Peruvian Skies” e l’emozionante “Trial Of Tears”. Dal primo disco si suona “A Fortune In Lies” ed è incredibile come tra i presenti fossero in pochi a riconoscerla. Dall’acclamatissimo Scenes From A Memory viene ripescata l’accoppiata “Through My Words / Fatal Tragedy”, mentre dal capolavoro Images And Words è il turno di “Under A Glass Moon” e “Pull Me Under” con il ritornello cantato in coro da tutto il pubblico. Dall’ultimo stupendo album trovano spazio la già citata “This Dying Soul”, l’accoppiata da brividi “Vacant / Stream Of Consciousness” e quella “Endless Sacrifice” destinata a diventare un loro cavallo di battaglia. Senza ombra di dubbio una delle canzoni più belle mai composte dal gruppo di Petrucci. E per chiudere in bellezza non poteva che mancare lei, la mitica, leggendaria e bellissima “A Change Of Seasons”. 24 minuti di emozioni con un Labrie che si autoelegge come miglior cantante di sempre e un Petrucci mai così emozionante, soprattutto durante l’assolo di “Another World”. Dopo due ore e un quarto è il momento dei saluti… John Myung ci applaude, i ragazzi si inchinano a noi e Mike urla “Mille grazi Italia, the best as always”. Mah, non so se noi del pubblico siamo stati i migliori… certo è che loro a livello musicale non li batte nessuno.
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Non mi resta che dire: “Thank you very much Dream Theater, the best as always!”
Setlist:
The Glass Prison
This Dying Soul
The Mirror
Peruvian Skies
A Fortune In Lies
Endless Sacrifice
Through My Words
Fatal Tragedy
Under A Glass Moon
Vacant
Stream Of Consciousness
Trial Of Tears
Pull Me Under
A Change Of Seasons